Osservatorio Trasformazioni Urbane Livorno: Nuovo ospedale e dintorni
La scelta di fare un nuovo ospedale a blocco in località Via Mondolfi, non contenuta nell’attuale Piano Regolatore, ci sembra davvero inaccettabile nel merito e nel metodo. Bisogna non possedere il minimo senso del ridicolo per affermare che la delocalizzazione del nosocomio livornese “ci sta benissimo nel vigente piano regolatore” che guarda caso non prevede affatto lo spostamento della struttura ospedaliera.
Detto questo riteniamo che si possa convenire con quanto espresso dal sindacato FIALS così come riportato dai quotidiani locali nei giorni scorsi: “Nessuna pregiudiziale verso un nuovo ospedale, ma cogliamo forti difetti di democrazia e di programmazione”. Questa proposta di “nuovo ospedale” è un ulteriore dimostrazione dell’incapacità di uscire dalla gabbia autoreferenziale dei partiti e delle loro rappresentanze amministrative, e costituisce un pessimo esempio di governo del territorio.
Due gli elementi che suscitano forte irritazione nella sensibilità dei cittadini responsabili: la sottovalutazione della partecipazione e la mancanza di trasparenza nelle scelte concernenti le modifiche urbanistiche e territoriali.
Dovremmo chiedere conto alla Regione di quanto affermato sulla carta in merito ad uno degli obbiettivi generali del piano sanitario regionale 2008-2010, (che tra l’altro non prevedeva una nuova sede ospedaliera a Livorno) che è quello di favorire la partecipazione dei cittadini ed il coinvolgimento dei professionisti nella realizzazione del piano stesso.
Nei fatti la Legge regionale 27/12/2007 n.69 “Norme sulla promozione della partecipazione alla elaborazione delle politiche regionali e locali”, è ridotta a carta straccia.
Sottolineiamo, inoltre, che il Comune di Livorno ha firmato nel non lontano 6 giugno 2008 il relativo protocollo di intesa che insiste su:
- la necessità della partecipazione dei cittadini e dei residenti alla elaborazione delle politiche pubbliche;
- i valori della concertazione e del confronto come metodo di governance nei rapporti con gli enti locali.
Crediamo che sia del tutto evidente che il “nuovo ospedale” e l’abbandono e il cambiamento d’uso dell’attuale sede ospedaliera e dei presidi sanitari esistenti sia da considerare, per la città e non solo, un grande intervento con possibili rilevanti impatti di natura ambientale, territoriale, sociale ed economico, e dunque pare assai grave la disinvoltura con cui si sottrae alla pianificazione generale anticipando l’intervento di delocalizzazione.
Crediamo altresì che sia evidente come non possa essere considerata esaurita la partecipazione con la pubblicazione sui quotidiani locali di interviste agli organi decisionali (Assessore regionale, Sindaco, Direttore dell’ASL) nel mese di ottobre e da cui si evince chiaramente che le decisioni erano già state assunte anche negli elementi di dettaglio. Tanto che il 16 ottobre abbiamo appreso che la relazione di fattibilità economico-finanziaria, era stata predisposta da uno Studio legale, studio Pettinelli, con sede a Milano, Roma, Venezia, che aveva inoltre compiuto una valutazione economica di tutti gli immobili di proprietà pubblica alienabili, nonché sul costo “preciso” per la nuova struttura di 238.446.000 euro, o di 220.538.229 euro (fonte il Tirreno del 25 ottobre.
Ci troviamo, dunque, presumibilmente, in questa situazione: alcuni mesi prima del 30 settembre, il direttore dell’ASL ha affidato ad uno studio professionale l’incarico di redazione di fattibilità economico-finanziaria, dando indicazioni sulla ubicazione della nuova sede, fornendo (ragionevolmente), almeno un progetto preliminare su cui basare la valutazione di costo e dando indicazioni di alienazione di quasi tutte le sedi costituenti il sistema socio sanitario livornese, il tutto all’insaputa ei cittadini e dell’intero consiglio comunale.
Il sindaco ci dice che il dibattito sulla nuova sede si è sviluppato “in maniera più o meno carsica”, cioè tradotto in italiano, in modo “più o meno” sotterraneo: questa è la nuova politica partecipativa dell’amministrazione comunale di Livorno.
Per entrare nel merito di una questione così importante come la struttura sanitaria della nostra città, davvero non è chiaro quale modello di organizzazione e quali contenuti abbiano in mente il sindaco e il direttore dell’ASL 6. Il nuovo sistema è tutto incentrato sull’ospedale senza alcun ambulatorio, presidio, consultorio di quartiere o di zona? E la nuova struttura, come è concepita? Con gli stessi reparti di oggi o con un nuovo assetto delle medicine generali e specialistiche?
A noi pare che pochissimi livornesi abbiano espresso in questi anni malcontento per l’architettura del vecchio ospedale, semmai lamentano la lentezza del pronto soccorso, la mancanza di reparti di riabilitazione, l’assenza di camera iperbarica, le lunghe liste di attesa, e via dicendo.
Del resto l’area attuale è così ampia e sottoutilizzata da consentire la costruzione di blocchi, piastre, torri o quanto si voglia costruire. Inoltre è centrale e facilmente raggiungibile con mezzi pubblici, condizione ben difficilmente raggiungibile nell’area proposta in Via Mondolfi.
Convinti che non esista partecipazione senza una tempestiva e puntuale informazione, che non può essere delegata esclusivamente alla stampa locale, ci pare comunque opportuno e doveroso porre alcune domande: risposte chiare ed esaurienti potrebbero servire ad avviare un confronto meno “carsico” in cui la città possa esprima i propri desideri, bisogni, aspettative di partecipazione alla vita civile e sociale.
* La Giunta Comunale ha deciso la localizzazione prima o dopo l’affidamento della relazione allo studio Pettinelli? La direzione dell’Asl quando e da quale organo istituzionale ha avuto indicazioni sulla localizzazione, sulla dimensione della nuova struttura sanitaria e sulle modifiche conseguenti nell’attuale tessuto cittadino?
* Come è stato affidato l’incarico da parte di un ente pubblico allo Studio legale? Con un incarico fiduciario o tramite gara ad evidenza pubblica? Quanto è costato?
* Chi ha dato l’incarico, e a chi, per disegnare il progetto preliminare del nuovo ospedale?
* Come è possibile affrontare il nuovo strumento urbanistico, anticipando un cambiamento così sostanziale dell’assetto cittadino che investe direttamente un’area extraurbana di 25 ettari, senza considerare le aree confinanti, nonché aree urbane su cui insistono l’attuale sede ospedaliera e l’intera rete socio sanitaria esistente?
* Il nuovo strumento urbanistico è già stato affidato? A chi? Gli estensori, compiacenti, dovranno limitarsi ad accettare le scelte effettuate al di fuori di qualsiasi pianificazione e programmazione territoriale generale?
* Le valutazioni economiche compiute dallo Studio Pettinelli sugli edifici da alienare (quasi tutto il sistema socio sanitario livornese) tengono conto della permanenza di destinazione in servizi pubblici degli edifici o di una diversa destinazione privata, non prevista dall’attuale strumento urbanistico? Perché francamente se nelle vecchie strutture saranno consentiti usi diversi, la stima di 300 euro a mq ci sembra davvero sottostimata.
* Sono state valutati bene i costi complessivi e le necessarie risorse per la realizzazione delle urbanizzazioni dell’area, sopratutto in merito all’acquisto dei terreni e strutture varie, calcolato intorno ai 14 milioni di euro?
* O seguendo il metodo già sperimentato dovremmo cedere un altro pezzo di città per non dichiarare fallimento?
* I milleseicento posti auto presuppongono un modello di trasporto prevalentemente privato per coprire un servizio pubblico carente?
* Come si concilia lo sviluppo dei servizi territoriali, fondamentali per l’assistenza socio sanitaria, con la prevista alienazione di gran parte della rete esistente? I relativi costi per le nuove realizzazioni sono stati valutati?
* Nel valzer dei numeri e delle indicazioni come si è passati dai previsti 650 posti letti, enunciati il 30 settembre ai 487 del 24 ottobre?
* Lo strumento urbanistico vigente fornisce indicazioni di viabilità che tengono conto del paesaggio con sottopasso alla sommità della collina e sottopasso della ferrovia e della vecchia Aurelia. Non si ritiene deleterio un nuovo cavalcavia di raccordo con la zona di Banditella? Non è bastata la lezione del cavalcavia del Corallo?
Un ultima domanda: è possibile in questa città affrontare problemi di tale portata e di tale comune interesse attraverso un processo in cui siano trasparenti i modi, i tempi, le responsabilità nella formazione delle decisioni ed in cui siano previsti e realizzati percorsi di reale partecipazione di chi questa città la abita?
Osservatorio Trasformazioni Urbane - Livorno



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Le domande sono più che legittime, quasi naturali.
Il difetto di democrazia a Livorno c’è già da tempo immemore, più o meno lenito da sindaci “illuminati” o perlomeno vocati alla crescita e non alla stasi (nel senso di statica ma anche di polizia segreta).
Il difetto di programmazione è quanto di più naturale possa esistere a Livorno, dove le professionalità in gioco sono di bassissimo livello e sempre e comunque funzionali al potere politico e non alla obbiettività tecnica del fare.
Il carsismo è pratica diffusa e benemerita e alloggia nelle cene, nelle scampagnate, nel merendismo compagnatico tipico di questa e di altre società postmoderne.
Non c’è quindi da stupirsi che con soldi pubblici si diano incarichi di studio senza fare una gara sui costi dello studio e soprattutto senza che nessun atto ufficiale giustifichi tutte le procedure messe in campo per arrivare ad avallare una decisione preconfezionata e basata sulle simpatie territoriali o no di un capoufficio tecnico e di un pugno di politici interessati più alle Regionali che alle cose effettive.
Non c’è da stupirsi.
D’altronde la città ha votato. Ce li ha rimessi. E si merita questo ed altro.
I tanti interventi che sinora si sono succeduti hanno evidenziato i numerosi profili di assurdità della nuova grande inutile opera e la totale assenza di un serio confronto istituzionale, basato su una documentazione istruttoria, prima ancora che di un imprescindibile percorso democratico-referendario di partecipazione popolare.
Tra i profili di assurdità nella concezione, previsione dell’opera e della sua procedura di traduzione in concreto, colpiscono:
1. l’inutilità e la dannosità economica dell’opera nella sua ipotetica collocazione: la vastità dell’area dell’attuale ospedale è tale da consentire la realizzazione ex novo di tutti i monoblocchi di questa terra. Non sono quindi ragioni collegate al rinnovamento dei canoni architettonici e tecnologici ospedalieri ad impedire che questi siano applicati nelle aree già in possesso dell’ASL 6. Se aree edificabili in proprietà esistono già –o sono comunque reperibili con l’abbattimento selettivo e la ricostruzione di strutture preesistenti- nel perimentro del vecchio ospedale, che senso ha la dismissione di aree di pregio, per realizzarne di nuove altrove?
1. La previsione di fonti di finanziamento parziali: chi mette le mancanti, che sono pure imprecisate? Non è che si addiverrà ad un project financing che attribuisca la gestione successiva dei servizi sanitari -e sostanzialmente la definizione delle tariffe- a chi realizzerà l’opera?
Si veda il sottostante link e l’illuminante caso del nuovo ospedale patavino: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o13728
2. la previsione di valori al Mq scandalosamente bassi per gli immobili da dismettere dell’attuale plesso ospedaliero: corrisponde al vero la previsione di prezzi di 300 euro/Mq? Fatto salvo che a valere sono le aree e non i manufatti ivi realizzati, occorre precisare che sono prezzi da svendita, la Corte dei Conti non avrà nulla a ridire?
3. la previsione di una collocazione inagibile per il nuovo ospedale, per l’assenza di una viabilità congrua, la perifericità (10 km a sud dell’attuale centrale collocazione), l’esistenza su quelle stesse aree di struttura di residenza sanitaria assistita, queste sì giustamente collocate in un’area a verde periferica? Che ne sarà della attuale facile raggiungibilità via treno dell’attuale ospedale da parte degli utenti dell’Isola d’Elba e del nostro territorio provinciale, che si estende in verticale per circa 90 km?
4. la previsione di vendita di tutti o quasi gli immobili dell’ASL 6 per finanziare quest’inutile opera non implica il concreto rischio di una cementificazione privatistica dell’attuale plesso della collina di Monterotondo, tra l’altro frutto di un lascito e come tale vincolato ad una finalità pubblica e sociale? La trasformazione in villette di quelle aree di altissimo pregio ambientale è il sogno proibito (dall’interesse pubblico) della vorace lobby del mattone cittadina.
Lo scenario: Livorno da vent’anni a questa parte è al centro di una febbre edificatoria senza limiti (porta a mare, porta a terra, nuovo centro, nuovo ospedale, monterotondo, borghi vari). Se la popolazione residente non è aumentata, è aumentato vertiginosamente l’uso ed il consumo di territorio da parte della grande speculazione immobiliare privata. Non è giunto il tempo di una moratoria dell’attività di rilascio delle concessioni edilizie?
Complessivamente, i conti di questa operazione –per come prospettati- paiono incerti. Occorrerebbe che la Corte dei Conti potesse esercitare un sindacato preventivo sui costi di tutte le grandi opere erigende.
Questa non pare essere un buon affare per il contribuente, ancor meno per gli utenti.
Nel frattempo si mantenga alta l’attenzione e la pressione dell’opinione pubblica con tutti i mezzi massmediali a disposizione: lenzuola a tema ai balconi, gruppi facebook, petizioni con gazebo in piazza civica, catene umane attorno al nostro ospedale, sit-in, marce, fiaccolate.
Mi permetto di chiosare all’amico GDF solo sulla considerazione, per alcuni versi giusta, dell’attività edificatoria nella città da qualche decennio.
Ebbene, occorre fare una considerazione di base tra il preLamberti ed il postLamberti.
Prima dell’amministrazione Lamberti la città aveva una qualità edilizia (non oso neanche pronunciare la parola: architettonica) ed urbanistica degna della peggior Pola subregime titino. E chi ha visitato quei luoghi sa bene cosa intendo.
Le città, nella loro storia, sono soggette ad edificazioni, soprattutto per trasformare i luoghi che non riescono più a onservare la propria destinazione protempore.
La stessa Ferrara, quando fu ampliata da Ercole I con la famosa “espansione erculea” oggi sarebbe tacciata di palazzinarismo, così come il cupolone fuori scala del Brunelleschi a Firenze o le varie isole urbanizzate a tappe della città di Venezia. Cosa avrebbero detto all’epoca gli ecologisti del caso?
Non credo che esistano destinazioni “naturali” per i luoghi: un modo obsoleto di considerare il territorio sulla base del passato remoto e non su quello del futuro e dei cambiamenti giornalieri della Società.
Ebbene, alcune delle operazioni che cita GDF sono state, a mio avviso, operazioni meritorie, che hanno avvicinato (ma senza raggiungerle) Livorno alle normali città evolute occidentali pur lasciandola molti gradini sotto lo standard normale. Si vada a Padova per qualche giorno e poi si provi ad avere la voglia di ritornare a vivere qui.
Tutte le città hanno più multisala, tutte le città hanno più e più centri commerciali, tutte le città hanno fatto operazioni di recupero e residenzializzazione dei waterfront (si citi Genova come esempio più vicino) restituendo ai cittadini ed alla città stessa economie prima inesistenti e destinate unicamente ai pochissimi privati proprietari delle attività a mare o ai pochissimi addetti che vi lavoravano. Pochissimi rispetto alle decine di migliaia di “altri” abitanti e residenti che di certe attività potevano farne tranquillamanete a meno.
Ad oggi, Livorno appare dotata di un ottimo quanto piccolo centro commerciale a nordest, di un palasport invidiabile, di una operazione a mare che darebbe lustro e spinta ad uno dei quartieri più depressi della città, di un lungomare altrimenti paragonabile a una marocchineria per essenze arboree brutte e obsolete e stato architettonico, e di altre realizzazioni (Teatro Goldoni, Piazza Goldoni ad esempio) di ricucitura interna alla città, borghi compresi, sì.
Se alcune di queste operazioni poi non sono procedute come avrebbero dovuto, con le garanzie di efficienza necessarie, con la linearità propria di latitudini più nordiche non è colpa dell’iniziativa, ma degli amministratori che poi, poi, l’hanno portata avanti.
Se il palasport è vuoto, non è colpa delle gradinate ma di una società sportiva interessata più a ricevere soldi pubblici in modo pare illegittimo che a comprare giocatori validi. Se il centro della città piangeva miseria di fronte alla Porta a Terra, non è perchè questa gli faceva concorrenza (e con cosa, con una trentina di negozi fotocopia di quelli del centro?) ma perchè il livello merceologico dei negozi del centro è adatto più ad una società rozza e primitiva che ad una città toscana posta tra la Maremma e la Versilia, specchio evidentemente della cultura cittadina e delle sue usanze. E se a questo comunque non si è dato rimedio, con iniziative di recupero urbano, con un piano dei parcheggi sparito improvvisamente, con attività culturali mai eseguite, con sporcizia e degrado socioetnico in ogni vicolo del centro, con una inesistente politica del futuro, con una sempiterna politica della conservazione degli elettori e dei privilegi per i compagnucci di merende del partitone, se tutto questo (non) è poi accaduto, dicevo, che colpa ne hanno le lodevoli iniziative di ri-costruzione della città?
O Livorno doveva rimanere un luogo più brutto di Gela e Vibo Valentia messe insieme?
La capacità di rinnovarsi è anche capacità mentale di ognuno di noi di saper leggere il futuro e prevederlo ed adeguarcisi.
L’immobilismo è segno di vecchiaia precoce. E le generazioni posteriori (quele che adesso ad esempio lavorano negli uffici della Porta a Terra e o nei suoi magazzini o al multisala) ne avrebbero pagato le conseguenze, nel nome di un ecologismo che mai ha toccato i veri problemi della città sia puramente tecnici, come ad esempio l’influenza dell’ENI sulle morti di cancro a Stagno o le polveri sottili dell’ENEL, sia metaforici quali l’influenza nefasta per la città di una politica postcomunista e di una classe dirigente assolutamente di occupazione elettorale e non di amministrazione cosciente.
La vera ecologia sarebbe liberarci di questa gente, e i sistemi sono due: elettorale o attendere che essi si spengano per miglior vita.
Quale adottare?