Due domande a Mario Tredici
Ho due domande da porre a Mario Tredici, neo assessore alla cultura, anzi alle culture.
Non perchè non capisca l’impianto intellettualmente onesto del suo recente intervento sulle pagine del Tirreno, quanto perchè ho la sensazione che alcune sue affermazioni vengano da lontano. E meritano una spiegazione. Da qualche anno autorevoli personalità della sinistra riformista (dunque non della destra berlusconiana) chiedono che Livorno faccia uno scatto, abbia un colpo di reni, in qualche modo conosca l’abbrivio di una “scossa” (magari non quella del solito D’Alema, che ha finito per colpire lui). Tredici, da buon osservatore, ha puntualmente ereditato questa sollecitazione. E ora che è diventato Assessore trasferisce tal quale la missiva al mondo dell’associazionismo (quale?) e agli operatori della comunicazione (quale?). Occorre uno scatto. Ma gli scatti possono essere fatti avanti o indietro a seconda delle posizioni di partenza. Ad esempio, nell’annoso e convenzionale rapporto fra Comune e società civile, chi dovrebbe fare il passo indietro per consentire al proprio interfaccia di scattare in avanti? Il Comune o la società civile? Non sarà che quest’ultima non progredisce e non “libera” risorse culturali perchè il Comune è, nel nostro caso, “anche” società civile, nel senso che produce sussidiarietà e collaborazioni ad una sola uscita (l’ultimo coniglio uscito dal cilindro è quello degli Asili Notturni)? Dimenticandosi magari di fare il suo vero mestiere, cioè di valorizzare e mettere a norma le strutture fisiche e morali che conferiscono valore allo scambio delle idee, della creatività e dei brevetti, prima che delle merci? L’unica operazione, quest’ultima, in grado di mettere in crisi una piatta e convenzionale omogeneità della cultura alla politica e di favorire, per converso, il pluralismo culturale e l’apertura verso l’esterno. Stesso discorso vale per la comunicazione. Ci sono maggioranze invisibili molto creative, dialettiche e propositive a Livorno. Perchè non dargli evidenza? Perchè fare passare solo un messaggio scanzonato e burlesco, comunque da strapaese? Non è vero che si vive solo al mare o in palestra. Si vive, appunto. E si soffre, il piu’ delle volte senza avere l’opportunità di farlo sapere a un quotidiano o a uno schermo televisivo. E in qualche caso dalla sofferenza nasce l’arte. Verosimilmente incompresa. L’ossessione del consenso e del controllo dei processi sociali puo’ condurre (non è colpa di Tredici, naturalmente) a effetti paradossali. Per cui da un lato ci definiamo, quando le cose girano bene, la capitale di questo o di quello (del rock, dell’Italia euro meditearranea, del mare di scoglio, addirittura dello sport praticato nelle piu’ belle strutture del mondo, il che non è vero), salvo poi accorgerci che per 300 giorni all’anno boccheggiamo in una sorta di grande anonimato civile e sociale. Poco attrattivo per operazioni di qualità (basta girarci intorno e vedere cosa succede a Sarzana, Lerici, Follonica d’estate, ma non solo), ma fondamentale per evitare “scosse” o turbative di carattere sociale e culturale. E qui vengo alla seconda questione. Se questa deriva viene liquidata anche da Tredici frutto di una “logica di autocompiacimento”, chi ne è responsabile e chi l’ha determinata o addirittura coltivata impegnando in qualche caso anche risorse pubbliche? E soprattutto, è sufficiente invocare oggi come oggi un nuovo, generale “dover essere” dalla sponda istituzionale per favorire l’ormai rituale scatto in avanti della società civile? Forse prima di infilarci in un nuovo modello di sartoria (per dire magari che siamo anche belli, oltrechè ganzi), sarebbe opportuno capire che cosa siamo diventati nel corso di questi lunghi anni di crisi sociale, ma anche di presunto autocompiacimento.
Sergio Nieri



(1)









Ottimo. Proviamo coi giornali?